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Franca Sozzani. Il vestito come modo d’essere

Pur avendo affermato che la moda non ha leggi né regole, è stata lei a dettarle negli ultimi decenni. Franca Sozzani senza ironia si annoiava parecchio, e così l’ha resa parte integrante del suo modo di comunicare. Esprimendosi con tono provocatorio, caustico, sino a scarnificare la patina “glossy” della rivista di moda perbene per sostenere le cause in cui credeva.

Ha reso Vogue la migliore rivista di moda al mondo, nonché la meno influenzata dalle industrie del settore. Lo ha fatto dando una svolta al discorso di moda sulla carta stampata, rendendosi conto del predominio dell’immagine molto tempo prima dell’avvento dei social network.

Per Sozzani la fotografia rendeva accettabili anche i messaggi più controversi. Affidava la trasposizione della loro identità estetica alla natura glamour e volatile degli oggetti di moda, consacrandone i contenuti come opera d’arte immortale. Franca Sozzani ha preso coscienza delle illusioni del suo mondo, permettendosi il lusso della lucidità di giudizio. Per trasmettere al suo pubblico che solo comprendendo la durata effimera delle cose si gioisce della pienezza dell’esistenza.

Ed è proprio a partire da queste premesse che Sozzani è stata capace di pubblicare l’apologia delle curve. Ha rotto gli schemi corporei della moda, affidata al numero 730 di Vogue Italia, pubblicato nel giugno 2011 e intitolato “Belle vere”. Si tratta del testo fondativo per l’avvento di nuove forme del corpo morbide e orientate verso le curve, nato dalla polemica contro il sistema moda e le indossatrici anoressiche. Già nel 2010, su Vogue.it, era stato aperto il canale V Curvy, degno seguito della sua crociata contro l’anoressia. Giunta al culmine con la creazione di una pagina dedicata alla pubblicizzazione di pagine nate per combattere i disturbi dell’alimentazione. Con la pubblicazione di una mappa per rendere più semplice la localizzazione di reti di supporto e informazione.

Il fine ultimo di “Belle Vere” era avvicinare il corpo-modello della moda a quello delle donne reali, promuovendo una nuova forma di femminilità. Esagerata nella sua voluttuosità nelle immagini Steven Meisel, per dirimere finalmente la controversia tra l’essere in un certo modo e apparire rispetto a determinati canoni.

Forse è per motivazioni simili che a Vogue Italia era per tutti il Direttore, al maschile e con la “D” maiuscola, senza voler a tutti i costi rimarcare la sua condizione di donna attraverso una desinenza.

Ha diretto la rivista per 28 anni, durante i quali è stata osannata e aspramente criticata per le sue scelte. Nel 2007, quando un’inchiesta di Report la tacciò di favoritismi verso le campagne pubblicitarie di alcuni brand e di ostruzionismo ai fotografi di moda italiani, a eccezione del figlio Francesco Carrozzini.

In quell’occasione Sozzani rifiutò il confronto diretto con la giornalista della trasmissione Rai. Ma all’epoca la maggior parte dei suoi progetti umanitari e di sostegno ai giovani talenti del made in Italy erano già in atto. Tre anni più tardi, nel 2010, avrebbe “aperto le porte di Vogue” grazie a un sito diverso dagli altri, unico e creativo. Per democratizzare la fruizione di contenuti non accessibili a tutti. Fu così che creò la prima Bibbia della moda partecipata, a partire dal suo spazio personale. Il Blog del Direttore, aggiornato quotidianamente con post monografici su argomenti di cronaca o tematiche afferenti a ogni campo, spesso a prescindere dalla moda.

Franca Sozzani formulava delle riflessioni, a volte semplicemente strutturate come flusso di coscienza. Talora con scopo pedagogico e non puramente informativo, dirette a innescare un dibattito tra i lettori che puntualmente ricevevano un feedback da lei stessa o dalla redazione.

Il Blog del Direttore si presentava come un taccuino a righe stile Moleskine. Con a sinistra una foto sempre diversa di Franca Sozzani, mentre a destra erano indicati luogo, data e titolo del post, i cui caratteri, resi graficamente con la grana di un lapis, rimediavano la scrittura a mano per rafforzarne l’istanza autoriale. Il tutto convergeva verso il genere diaristico, tenendo saldamente al centro le opinioni del pubblico, con cui stabilire un rapporto più o meno egualitario. Per scendere da quel piedistallo mitologizzato da Devil wears Prada, rinnegato a più riprese dal Direttore. I post del primo anno del blog sono persino stati raccolti nel volume I capricci della moda. I post del direttore(Bompiani 2010), l’ultimo pubblicato da Sozzani.

Il Direttore ha ottenuto il massimo grado di coinvolgimento dei lettori chiamandoli a scrivere, a partire dal 2011, le voci della Vogue Encyclo, la prima enciclopedia del Sistema Moda nata dal basso, alla guisa di un poema epico neo-folklorico, calcando le orme del fenomeno Wikipedia.

Franca Sozzani ha voluto essere mentore dei suoi lettori sottolineando più volte che gli articoli per l’enciclopedia avrebbero potuto arricchire i loro curricula.

L’ultimo editoriale del blog, datato 29 gennaio 2016, ha come fulcro la #PoisonGirl, la donna in rappresentazione della collezione AI 2016-17 di Dior, “ribelle nell’atteggiamento e nel look, volutamente imperfetta”, espressione del “senso della moda non convenzionale”, a cui il Direttore teneva tanto. Nonostante il riferimento alla #PoisonGirl sia stato indubbiamente uno stratagemma pubblicitario per il lancio dell’omonimo profumo Dior. Mi piace pensare uno strano scherzo del destino abbia contribuito a concludere gli editoriali con la ribellione, definita dal Time come il biglietto da visita di Sozzani.

Dal successivo 19 febbraio, il circolo virtuoso di conversazioni dei lettori si è trasformato in “Your Voice in Vogue”, una striscia periodica concepita per mettere in risalto le migliori risposte alle domande del Direttore. La rubrica ha preso il via con due quesiti riguardanti i social network. Il primo dedicata alla loro influenza sulla moda, il secondo alla questione di Umberto Eco vs gli imbecilli, proprio a nove giorni dalla sua scomparsa. Così si giunge al 10 luglio, giorno in cui la ventunesima e ultima domanda di Franca Sozzani sembra più una raccomandazione sul talento: «A tip for young talents: be creative and don’t be scared to be commercial, commercial doesn’t – necessarily – mean cheap». Una scelta significativa. Nei commenti ormai non sono presenti tanto risposte quanto manifestazioni di affetto dei confronti del Direttore e richieste di maggiore attività e interazione, segno di un pubblico che incomincia a sentirsi abbandonato.

Fonte: Doppio Zero